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mercoledì 14 novembre 2007

"Belle scarpe, comunque"

Questo il commento che Warhol fece andandosene via stizzito dopo aver ascoltato Bowie eseguire la canzone "Warhol". Chissa' come,* ma mi ero sempre superficialmente (sai che novita') immaginato che Bowie, se non proprio della cricca, fosse comunque per lo meno bene accetto da Andy Warhol.

Invece no, per lo meno stando alla storia raccontata in questo post di Momus (and don't forget to check the comments) in cui si da' appunto conto del loro primo, a quanto pare disastroso incontro nel 1971. Momus ha questa teoria:

The disconnect isn't surprising. These two men come from different continents, different sexual orientations, different generations, different metiers. They're essentially living in different decades, with different conceptions of cool. Look at the way they're dressed. Bowie is essentially still a 1960s-style hippy. With his long hair and his bipperty-bopperty hat he's put together (in front of mirrors in Edwardian pile Haddon Hall in Beckenham) a combination of Wildean 1890s aestheticism, Greta Garbo glamour, pan-sexuality and hippy activism. Warhol and his entourage, on the other hand, already look like 1980s artist-as-businessman yuppies. (You just have to listen to the Velvet Underground to hear the New York attitude towards tender-minded, effeminate hippies. Kill them, basically.) ... There's a sexuality-style mismatch here too. Like an orientalist Western man trying to impress a Japanese girl by turning up to their date in kabuki clothes, only to find she tends to date Japanese men who wear Western business suits, Bowie has made completely the wrong move by arriving at The Factory looking like a woman. While a straight man may think it's gay-friendly to express his feminine side, most gay men recoil in horror from femme style. What they mostly appreciate is machismo. If they liked effeminate creatures, after all, they'd be into women.-

* In realta' un po' di ragioni ci sono. Stupidamente pensavo che l'aver appunto scritto "Warhol" fosse un punto a favore di Bowie e invece non fu affatto cosi'. Eppoi mi sono fatto ancora una volta fregare da una fantomatica proprieta' transitiva delle amicizie (Warhol-Reed-Bowie). Questo delle note a pie' di pagina e' un pericoloso vizio. In cui sto cascando. Per la seconda (terza, quarta, quinta ...) volta. Nella mia vita.

(thx Vale for online troubleshooting)

sabato 15 settembre 2007

Chiacchere da discaio

Ogni tanto mi sorprendo a difendere cose e/o persone di cui non me ne frega niente e, guarda caso, perdo sempre (mica e' facile difendere cose e/o persone, sai: non e' mica come coi dadi blu del risiko).
Sono come ogni sabato pomeriggio dal discaio di Avenue A tra 5th e 4th East Street. In procinto di pagare il conto, guardo svogliatamente lo scaffale delle riviste (le solite magnet, wire, paste, fader, filter, etc.) e due tette sotto una canotta bianca - non troppo inspiegabilmente - mi convincono di prendere e sfogliare PLANET°, la rivista che ha messo in copertina quelle tette sotto canotta bianca. Dopo una frazione di secondo mi accorgo che le tette sotto canotta bianca appartengono ad Asia Argento. Inizio a sfogliare la rivista, che mi pare bella e dal layout artsy ed accativante (figo l'articolo in bianco su sfondo nero coi margini fatti a forma d'Africa). Ma poche palle: ho una soglia d'attenzione pari a zero (tutta colpa del volere fare il mid-life nu-raver la sera prima) per cui vado subito all'articolo sulla concittadina che tanto piace agli hipsters (mai cosi' tanto come il suo papa', pero'). Non appena trovo la pagina giusta, il simpatico commesso del discaio (un quarantenne muscoloso gay borchiato che mi vuol sempre far comprare artisti che non ho, per mia profonda ignoranza, mai sentito nominare prima e ha quasi sempre ragione), mentre si accinge a mettere nel sacchetto una mezza dozzina di cd (tra cui il primo lp+ep degli spoon e, perdonatemi il momento snob, una compilation della Soul Jazz Records sul periodo post-Tropicalia), mi fa:
"She is talentless"
"?", faccio io.
"SHE - indicando l'Asia - is talentless. I am sorry but she is talentless".
"Ehm", mi sforzo a trovare un mezzo argomento ma quello incalza.
"Don't you think?"
"Well, I guess", la metto sul fatalista.
"She is horrible at acting, let alone directing. Don't you think?"
"Fair enough", gli concedo, dopo avere fatto ricorso a tutto l'arsenale dialettico che il mio cervello spento e svogliato mi offriva.
Ma poi, con un guizzo degno del miglior Mollica, per un attimo spero che dicendo "She has good musical taste, though" magari riesco a fare un po' di giustizia all'arte dell'Asia (su cui, lo debbo ammettere, non ho un'opinione, anche sei lei mi e' sempre stata simpatica).
E invece il commesso tuona:
"SO-DO-I". Pausa. "And so do YOU. And neither of us pretends to be an actor, let alone a director!".
"You have a point", concordo infine, non sapendo se essere felice per il complimento o risentito per la mancanza di fiducia in una mia eventuale nuova carriera da attore o da regista.
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Qualche minuto dopo, leggendo un libro molto interessante che parla, tra l'altro, del "winner-take-all", ossia del fenomeno specioso che fotte il 99.9% di quelli che vogliono fare gli artisti, mi chiedo che cosa sarei diventato, avessi avuto l'opportunita' di essere figlio di Dario Argento. Domanda che, con complemento di specificazione variabile, mi faccio spesso. Magari avrei un'altra carriera, in un'altra citta'. E penso che, pur senza Dario Argento, gli eventi stanno comunque portandomi in quella direzione: quasi di sicuro verso un'altra citta' (e, quindi), probabilmente anche verso una nuova carriera. Tanto io resto sempre ottimista, come del resto mi hanno sempre insegnato queste note: