mercoledì 9 luglio 2008

Many Shades of White


Probabilmente è un'idea di quell'eccentrico di Jack White il colore grigio scelto dai Raconteurs per la loro immagine di venditori di pozioni dell'800 nel vecchio Far West; ieri a Torino in quel dello Spaziale Festival anche i roadie, saliti sul palco per l'ultima controllata agli strumenti dopo l'esibizione di quei minorenni travestiti da universitari dei Vampire Weekend, erano vestiti di grigio, tutti uguali, con lo stesso cappello; la circostanza dapprima un po' mi ha inquietato: sapeva di show dove la forma prevale sulla sostanza; mai timore è stato così smentito (però poracci, Jack, e lasciali almeno vestire come diavolo vogliono!).
I Raconteurs salgono sul palco con all'attivo due album diversamente splendidi. Ovviamente è del secondo che fanno quasi tutta la track list, mentre del primo non possono mancare il singolo bomba Steady, As She Goes, il pezzone Hands, Level e la languida Blue Veins. Questi signori di base a Nashville ieri hanno dimostrato padronanza e consapevolezza impressionanti, le stesse peraltro che hanno su disco: potrebbero fare qualsiasi cosa, volendo, ma fanno solo quello che gli piace. Si tratta di uno dei quei gruppi (come i Wilco) che fanno dire alla gente: "questi sì che sanno suonare", scatenando da una parte il tamarro virtuoso che alberga in tutti coloro che si sono formati su certa musica e dall'altra titillando le corde dell'esigenza di modernità (con implicito paragone con i gruppettini che sbucano ogni giorno come funghi e che hanno una tecnica da gruppo del liceo.) Questa facilità nel comporre e nel suonare paradossalmente mi pare anche l'ostacolo che impedisce (come mi sembra) la formazione di una base di fan accaniti come accade per altri. Nessuno può dire "gli ho praticamente scoperti io, quando non li conosceva nessuno". Nessuno può esaltarsi per la gavetta che conduce un gruppo al riconoscimento collettivo del suo valore. Gli inizi, il farcela, vincere la scommessa. Questo è un supergruppo, poche palle, nonostante i suoi membri vadano dichiarando il contrario. Sono un po' dei mostri. Non ti permettono il processo di intenerimento/affezionamento, anche se di brividi, musicalmente parlando, te ne trasmettono eccome. Che sia stato il miglior concerto da me visto nel 2008 lo conferma il fatto non è riuscita a rovinarmelo (anche se ce l'ha messa davvero tutta) una tizia davanti a me che ballava e si dimenava come se fosse a un concerto di Jovanotti. Proprio alla stessa maniera, con quelle mosse funkeggianti del cazzo. Non aveva un fucking clue di dov'era. Chi stava sentendo. I rimandi.
Quello di ieri è stato infatti un live superbo, tirato, senza pause. Tutti i pezzi più belli, con le tre perle, prevedibili ma auspicabili, del bis: Many Shades of Black, Salute Your Solution e (il mio pezzo preferito) Carolina Drama, la Hurricane degli anni 2000, secondo la calzante definizione del blogmate. Un finale scontato e perfetto.
Se non credete a me, andate a chiederlo al ragazzo del latte.

5 commenti:

  1. Hurricane=Caroline Drama è perfetto.

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  2. E' la metrica di Carolina Drama che mi stende ogni volta che l'ascolto. JW ha un flow naturale che gli permetterebbe di fare pure un disco hip-hop (non so se auguramelo, pero').

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  3. più flow, meno mosse funkeggianti del cazzo. fico il grigio però.

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  5. Peraltro io una parolina in piu' su Brendan Benson (che seguo dai tempi di LaPalco) la spenderei. Almeno quando li ho visti io, i due hanno diviso i compiti alla perfezione, con Brendan che ha tenuto testa senza problemi a una delle maggiori icone musicali degli ultimi 10 anni.

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