martedì 27 novembre 2007

Il canto della sirena del caffè

Con gli amici più nordamericanofili ci chiediamo da tempo perché in Italia non vi sia ancora Starbucks (in un momento di follia credo di aver pure pensato di attivarmi per ottenere la licenza); la scusa che siamo il paese dell'espresso e che da noi non funzionerebbe ormai non regge più ed è comunque smentita dall'enorme successo di realtà come Burger King e McDonald's per quanto riguarda il discorso sul cibo; d'accordo, il target di quest'ultime è diverso, ma sono certo che vi sia una schiera di studenti universitari o trentenni dal portatile facile che potenzialmente sarebbe felicissima di infilarsi in uno dei negozi della sirena per sorseggiare un Frappuccino mentre, magari ispirati dalla musica in sottofondo, grazie al wi-fi scrivono un post sull'ultimo concerto dei National.
E allora perché?
C'è chi dice che manchi una grande società che gestisca la rete di franchising a livello nazionale, ché a singoli imprenditori locali le licenze non vengono concesse; può essere, solo che a me risulta che la licenza per il momento ce l'abbia Autogrill: non è abbastanza grande?
Mah. Io nel frappucctempo mi ritrovo ad appassionarmi alla storia di Jou Jou, caffetteria di Washington Heights che, per ottenere il meritato successo, ha lottato per rimanere a galla in un quartiere difficile, per poi vedersi aprire un negozio del colosso del caffè proprio alla porta accanto dello stesso palazzo (ripicche da bambini incluse); sì, lo so, è il mercato e bla bla bla; ma per una volta potrò pure fare il romantico che contro Golia tifa Davide.

Detto questo, non vedo l'ora che quella sirena arrivi anche da noi; dal suo canto son già stato ammaliato da tempo.

6 commenti:

  1. Starbucks in Italia non viene aperto perché gli Italiani non vanno al cinema da soli, non viaggiano da soli, non vanno ai musei da soli e non leggono.

    Gli Italiani escono di casa per stare insieme agli altri o perché devono fare delle cose più o meno necessarie (spesa, blockbuster, ecc.).

    Poi, ovviamente, trovi l'eccezione alla regola. Ed ecco che da aprile fino a settembre qualche ragazza compare la domenica pomeriggio al Coquetel con in mano il nuovo libro di Paulo Cohelo, ma sono mosche bianche.

    E a me,dico la verità, fanno strano. Se sono brutte, mi muovo a compassione per la loro solitudine; se sono carine, mi chiedo dove sia l'inganno: puzza? non ha i genitali? è squilibrata? Poi trovo la risposta che mi sembra più ragionevole...è lesbica!

    E in questa equazione solitudine=devianza=omosessualità si ritrova tutta la mia inscrollabile italianità catto- conservatrice e si spiega perché uno come Mastella è Guardasigilli.

    E non vale redimermi dopo poco e rendermi conto, con la forza della ragione, della stronzata che ho pensato.

    La frittata è già fatta.
    E Starbucks deve ancora attendere.

    Sao café

    RispondiElimina
  2. del resto capisco che con il nome che ti ritrovi saresti più propenso a un franchising della caipirinha: che sicuramente è un luogo più aggregante e che scongiura la tua inquietante equazione.

    fra

    RispondiElimina
  3. come ho detto nei commenti al post sotto, i nostri lettori sono di livello, sono brillanti. questo mi riempie di gioia.

    icepick

    RispondiElimina
  4. icepick, mi commuovi!
    fra

    RispondiElimina
  5. Poche volte sono stato così fottutamente fiero della mia città di provincia e dei miei concittadini come quando ha chiuso il McDonald's per manifesta e assoluta mancanza di clienti.

    RispondiElimina
  6. sao cafe' ha ragione. e' per quello che in italia non funzionerebbe. ho un amico qui a ny che sta qua da 1 anno e ancora continua a scuotere la testa quando vede gente che legge o che digita sul macbook al tavolo di un bar. perche' non lo fanno a casa, in mutande?, dice. icepick, se ci metti i soldi io ci metto la passione e apriamo uno starbuck a milano appena torno.

    RispondiElimina