mercoledì 10 ottobre 2007

hard to beat? you bet!


per gli hard-fi era difficile battere l’esordio alla prova del secondo album, e in definitiva pare che i cavalieri dei sobborghi abbiano perso la battaglia, per lo meno quella con la critica più esigente
è infatti giudizio sostanzialmente unanime che once upon a time in the west sia inferiore al debutto, e non di poco
alcuni se la prendono con il “look pseudo-alternativo” e con la copertina da “anticonformismo di facciata per darsi una'aurea indie”
altri li bacchettano per il “solito sound furbetto, a metà tra il pop melodico e l’indie-rock”, figlio della “faccia più commerciale dell'indie” e intriso di “ritornelli talmente ruffiani da provocare istantanee crisi diabetiche”, propri di “scialbi e ruffiani gruppi radio-pop”; tanto da appioppare alla band di staines l'irridente etichetta di “Take That con una chitarra tra le mani”
il gruppo a cui ora più spesso vengono associati è quello dei maroon 5, mentre prima si spendeva senza avarizia il nome dei clash
insomma parrebbe che, là, il tentativo di miscelare sonorità indie con roba più pop e patinata funzionasse meglio e si mantenesse efficace per più tracce; qua, le cadute di tono sarebbero troppo frequenti per non dare la nausea o causare problemi di digestione al delicato stomaco indie

è interessante osservare gli effetti che le venature pop e il sound radio-friendly di certi gruppi sortiscono nell’animo del fanatico, il quale, se da una parte strizza l’occhio contento al pop più spudoratamente commerciale, perché tanto non è roba sua e può quindi serenamente confessare le proprie guilty pleasures (di cui anzi va fiero e che sbandiera, come il nobile che si diletta a mischiarsi – però solo ogni tanto – con il popolino), dall’altra parte, tuttavia, non perdona e abbatte la scure della massima severità su chi si macchia della colpa di non aver avuto il coraggio di saltare definitivamente sulla sponda giusta del torrente, e ha solo illuso per un attimo tutti, prima di non poter più nascondere al mondo la propria vera ed intima natura di mestierante
per poi abbassare il livello critico quando si tratta di prodotti certamente più coesi e riusciti, ma forse anche meno genuini e più studiati a tavolino da chi è legato a doppio filo a nme e all’hype che genera, come arctic monkeys e kaiser chiefs

per la cronaca, sono d’accordissimo con le severe critiche mosse ai nostri; anzi, a questo punto direi vostri, restituendo questa gengha di quattro al mittente come fossero damaged goods
eppure... la indie persona si porta dietro sempre un sacco di dubbi e fisime, e anch’io oggi continuo a chiedermi con una certa vergogna e imbarazzo perché non riesco a smettere di ascoltare questo pezzo appiccicoso come la carta moschicida, o-o-o/e-e-e inclusi [notare come, programmaticamente, strappano l’insegna della tv a circuito chiuso, la cctv del primo disco, per mandarsi in onda urbi et orbi con la trasmissione satellitare: “ah coming out of the shadows/ay yeah yeah we rock the satellite”]



5 commenti:

  1. finalmente il non endorsement che mi aspettavo. anche il bdd chiedeva un disco brutto su twitter. che stia nascendo un nuovo trend?

    sei perdonato per quel concerto

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  2. è che dovevo giustificare i soldi che mi hanno scippato...

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  3. fattelo pagare dai radiohead

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  4. maggici indie cavs.
    paco

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  5. Anche io mi trovo spesso a fare considerazioni come quelle del penultimo paragrafo sulle incoerenze di certa critica. E' che poi sono incoerente io stesso, quando con taluni faccio il purista o il "ricercato" (vedi gli Hard-Fi, che mi fecero piuttosto schifo dal vivo a Imola e in quel poco che di loro ho sentito..ma anche roba come Arctic Monkeys e Timberlake, che non mi piace per motivi diversi), mentre con altri come Killers e Kaiser Chiefs mi faccio imbambolare tranquillamente...alla fine il limite tra l'artista e il mestierante è anche questione di gusti personali dell'ascoltatore.

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