martedì 25 settembre 2007

le passeggiate al campo di Matte

MATTE: ieri ho fatto la cosa piu' bella del mondo
ICEPICK: cioe'?
MATTE: alle cinque e mezza esco di casa con ipod
compro e mangio focaccia mentre mi dirigo a ovest verso il tramonto
ICEPICK: non continuare, ti prego
MATTE: spoon's girls can tell nelle orecchie
ICEPICK: muoio
no, vai avanti
MATTE: percorro la decima, che tra bway e sesta ha le case piu' meravigliose di ny
arrivo ai piers sull'hudson
ICEPICK: svengo
MATTE: c'e' un sole caldo
finito un disco, metto su un altro disco
spoon's a series of sneaks (quello che li fece cacciare dalla elektra -- then you wonder why fucking record industry is dying)
inizia il tramonto
meraviglioso
poi il colpo di genio
vedo che da nord dell'hudson arriva un water taxi
salto su al volo
ICEPICK: no.....
MATTE: settembre
tramonto
ICEPICK: no....
MATTE: giornata calda
cielo super blu
ICEPICK: basta
MATTE: sul tetto del water taxi
da chelsea a battery park city
ICEPICK: ti ammazzo
quella e' la mia tratta!
MATTE: a quel punto che disco mette?
ICEPICK: matte mette?
MATTE: Plans
ICEPICK: cristo
MATTE: opening track: marching bands of manhattan
ICEPICK: hai pianto?
MATTE: stavo per scoppiare a piangere
davvero
ICEPICK: io ho pianto quella volta
MATTE: avevo il cuore gonfio
ero felice come mai non lo sono stato
ICEPICK: lo so. ti voglio bene per questo racconto.
MATTE: ho ascoltato tutto il disco che sappiamo essere meraviglioso
mi avvicinavo alla statua della liberta'
ICEPICK: hai spiegato cosa puo' fare una città
MATTE: e vedevo new york da dove non l'avevo mai vista ma da dove tutti una volta la vedevano per la prima volta
e mi e' venuto in mente il piccolo vito andolini
che la vide da li'
prima di passare a ellis island e divenire vito corleone
e poi siamo andati a redhook a brooklyn
dietro a bkl heights
zona industriale
ICEPICK: ma nn eri solo?
MATTE: e poi siamo tornati, costeggiando governors island a sinistra e...
... "noi" siamo il water taxi
ICEPICK: ok
MATTE: tempo di arrivare a southstreet seaport
il cielo aveva settecento colori diversi
e poi dumbo
passati sotto i due ponti
e poi il terzo ponte
notte
tutta midtown illuminata
empire bianchissimo
ICEPICK: aspetta un secondo
MATTE: li' per li' mi sono maledetto per l'assenza della cam
invece sticazzi -- me la sono goduta di piu' cosi'

ICEPICK: sai una cosa?
la cosa più bella
è sentire uno che
in un posto come il tuo
che a non conoscerlo si porta dietro dei luoghi comuni
di rampantismo etc
rolex a compagnia
che mi dice che era felice come non mai
e stava per piangere per una passeggiata
mi sono immedesimato, come puoi immaginarti
tu forse sei l'unico che ha capito cosa intendevo
quando ho parlato di illuminazione
l'ultima volta che sono stato li'
MATTE: si'
infatti pensavo proprio a quello che mi avevi detto
ICEPICK: era fortissimo e mi stava urlando: "QUESTA E' LA TUA CITTA', AMICO!"
MATTE: gia'
e io provavo giuro affetto verso la citta'
te l'ho detto varie volte
ICEPICK: be', champ, ti abbraccio dopo questo bello scambio
ciao
MATTE: a presto


l’anno scorso mi trovavo a new york ospite del mio amico matte

quando, tanti anni prima, avevo per la prima volta messo i piedi a manhattan scendendo dal taxi proveniente direttamente dall’aeroporto di newark ci ero rimasto secco (che buffo, da giovane e squattrinato avevo preso il taxi, oggi non riesco a prendere in considerazione altro che il comodissimo treno). l’auto aveva imboccato l’holland tunnel e quando era improvvisamente sbucata dall’estremità che dà sull’isola ci eravamo trovati catapultati nel caos più esaltante che sino allora mi fosse capitato di vedere (in seguito però ho visto kathmandu...)
lasciato sul marciapiede nelle vicinanze dell’appartamento preso in affitto, avevo le vertigini; ma invece di provare ansia, mi cresceva dentro un’incontenibile eccitazione che mi lasciava stranamente a mio agio, come se fossi da sempre stato parte di quel quadro in movimento che è broadway intorno alla 57esima. mi sembrava di essere nel set di saranno famosi, in una scena di esterni. quasi a conferma di quella folle impressione, dopo due minuti mi passa accanto, in infradito, jakob dylan; barboni e celebs che calcano lo stesso palcoscenico: welcome to new york, baby.
quella sensazione non mi ha mai abbandonato: negli anni, io e un mio amico che condivide la mia stessa passione per gotham, ne abbiamo parlato letteralmente per ore e ore, senza mai stancarci o ripeterci, interrogandoci sul perché sortisse quell’effetto così potente su di noi, senza mai peraltro giungere - scartate le ipotesi più banali - ad un’univoca ed esaustiva spiegazione; forse new york è davvero unspeakable, come sosteneva melville (o forse era un altro grande scrittore); d’altronde basta aprire un libro dedicato, magari fotografico, per rendersi conto che di quella città si parla in termini grandiosi, che spesso mettono in gioco persino la metafisica.
new york is a state of mind.

be’, l’anno scorso, dicevo, mi trovavo ospite di matte
all’east village mi sono sentito subito a casa (e che ci vuole?); i negozianti, i passanti, mi salutavano, ed avere le chiavi dell’appartamento in tasca mi faceva vivere l’illusione di appartenere a quel posto molto di più di quanto avrebbero dovuto giustificare tre giorni di vacanza, la classica toccata e fuga con shopping violento
la gente là si cerca; sarà forse anche più sola, come diciamo noi in questi casi tipici da volpe e l’uva, ma forse proprio per questo si cerca, con gli occhi e con gli approcci diretti; essere abbordati in pubblico, diverse volte, in modo tanto sorprendente quanto semplice e spontaneo, è un’esperienza piuttosto affascinante per uno come me che non è un adone in patria né altrove.
la domenica prima della partenza, in uno stato di malinconia mista a hangover, mi sono incamminato senza una precisa meta, e mi sono ritrovato a dirigermi verso i chelsea piers, come guidato da una calamita che mi attraeva verso ovest
non dimenticherò mai la pace, il benessere, la felicità che mi accompagnarono in quel fantastico tragitto (ho addirittura chiamato in italia al cellulare, spendendo un botto, quel mio amico appassionato per descrivergli il momento, per il resto passato in silenzio e solitudine), culminato verso sud con lo spettacolo di un commovente tramonto sul new jersey e con il passaggio quasi meraviglioso, sull’hudson, nel crepuscolo che si fa notte in battery park city, di una gigantesca nave da crociera con le luminarie che mi ha ricordato amarcord; d’accordo, no, forse love boat, ma tant’è.
buio a ground zero, tanto per terminare coi brividi, e poi mi sono infilato in metrò, esausto dopo ore di passeggiata (devo aver percorso in semi trance non so quanti chilometri).
a quel punto tutto tornava, il mio innamoramento a distanza, costellato da intense ma brevi incursioni, non era l’ennesima infatuazione...mi aveva fatto stare bene solo con la sua presenza, solo perché era là......quella era la MIA CITTA’!

oggi scrivo da milano, e le prospettive di attraversare con le valigie l’oceano, che nel frattempo mi sono creato muovendo alcune pedine, sono per il momento svanite

ma so che, prima o poi, in un modo o nell’altro, scriverò un post su quanto ami e mi manchi milano:
smanettando sulla tastiera da una stanza all’east village.
ma mi accontenterei di brooklyn, credo.


3 commenti:

  1. Io matte lo odio, è un po' che volevo dirvelo.
    (e comunque questo blog -entrambe le voci- secondo me è una delle migliori new entry degli ultimi mesi. volevo dirvelo)

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  2. grazie! anni di lurkaggio serviranno pure a qualcosa...
    matte, con la benedictio di ink, ora possiamo anche chiudere!
    ;)

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  3. Grazie Ink! You made my day. E' la seconda volta nel giro di due settimane che penso: "finalmente, sono arrivato".

    La prima e' stata quando, entrato in un bar e direttomi per prima cosa in bagno, al mio ritorno, davanti alla sedia dove avevo appeso il giubbino, mi sono trovato una pinta di birra della mia marca preferita, senza che prima avessi chiesto niente.

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